Daan Zuijderwijk / Maaike Vergouwe

Daan Zuijderwijk / Maaike Vergouwe
The Netherlands

Tree Studies, 2015
Bitume 2015, Call for Artists

Text by Andrea Laudisa

Il concetto da cui partire per l’analisi del progetto Tree studies del duo olandese Vergouwe/Zuijderwijk è tanto semplice quanto profondo. Il rapporto tra la natura è l’uomo. Fin dal principio l’uomo si è posto nelle condizioni di affrontare la natura deviandola spesso dalla sua essenza al fine di trarne presunti vantaggi, oggi la riflessione si fa più profonda, si ragiona sulla prospettiva di energie pulite e ci si rivolge alla natura con doveroso riguardo. Partendo da questa idea gli artisti in questione hanno costruito delle relazioni tangibili tra artificio e natura, indagando attraverso un cambio di prospettiva, possibili nuove identità dello spazio percepito.

The starting point for the analysis offered by the Tree studies project by the Dutch duo Vergouwe/Zuijderwijk, is as simple as it is profound: the relationship between man and nature. From the beginning, man was placed into a setting in which he had to tackle nature, often diverting it from its essence in order to gain supposed advantages. But nowadays, man’s thoughts on nature are more profound, increasingly talking about prospects like clean energy he now addresses nature with appropriate respect. Starting from this idea, the artists in question have built tangible relationships between artifice and nature, exploring new, possible identities of the perceived space through a change of perspective.

40x40cm, 300dpi, corr Souverein

40x40cm, 300dpi, corr Souverein

40x40cm, 300dpi, corr Souverein

40x40cm, 300dpi, corr Souverein

40x40cm, 300dpi, corr Souverein

Clara Wildberger

Clara Wildberger
Austria

Selamse, 2014–2015
Bitume 2015, Call for Artists

Text by Alessia Venditti

Selamse, pronuncia araba di Zell am See, è un comune austriaco di circa 10.000 anime. Nel 1875, la costruzione in loco del tronco ferroviario porta sul posto i primi turisti. Oggi, le colline ascendenti del monte Schmittenhöh e le acque limpide del lago di Zell sono divenute meta di vacanza delle persone provenienti dai paesi arabi: giovani coppie e famiglie numerose giungono qui per assaporare il clima fresco e piovoso, tanto denigrato dagli autoctoni e godere di paesaggi lontani dal proprio quotidiano. Ogni anno, infatti, nella regione di Zell-Kaprun si contano 72.000 visitatori che reimpastano i toni freddi del luogo con i pigmenti dolciastri delle proprie sete. Nelle fotografie di Clara Wilberger, la comparsa di una diversa componente culturale disegna i tratti del paesaggio, che appare insieme diverso e definito, infranto e partecipato. La fama del luogo come stazione sciistica incontra lo spirito di sorpresa di chi la neve la tocca per la prima volta.

Selamse, is the Arabic pronunciation for Zell am See, an Austrian town of around 10,000 people. In 1875, the construction of the railway brought with it the town’s first tourists. Each year, the Zell-Kaprun region attracts 72,000 visitors whose own sweetly coloured silks replace the otherwise cool tonalities that dominate the location. In Clara Wildberger’s photos, the appearance of a different cultural component redesigns the landscape as something different and defined, broken but populated. Here, the place’s fame as a ski resort meets the spirit of surprise found in those who are touching snow for the first time.

selamse_wildberger_07

selamse_wildberger_01

selamse_wildberger_06

selamse_wildberger_10

selamse_wildberger_05

selamse_wildberger_02

Alnis Stakle

Alnis Stakle
Latvia

Shangri-La, 2013–2014
Bitume 2015, Call for Artists

Text by Alessia Venditti

Shangri-La è un luogo immaginario narrato da James Hilton nel romanzo Orizzonte perduto del 1933.
Viene descritto come una valle mistica protetta dal mondo da una catena di montagne, un vero e proprio paradiso in terra. Il luogo geografico più simile, e che probabilmente ha ispirato James Hilton, è il territorio cinese di Diqing, ribattezzato Shangri-La dal governo comunista cinese che ha così mutato il nome della vecchia contea di Zhongdian. Oggi la Cina si configura come una tra le potenze economiche più in espansione al mondo; si stima che nei prossimi dieci anni la sua crescita demografica raggiungerà misure enormi avviando un processo di smisurata industrializzazione e urbanizzazione. Entro il 2030 la popolazione urbana cinese potrebbe dunque raggiungere il miliardo di presenze umane. Le immagini di Stakle Alnis esplorano il paese in piena attività economica, esaminando le trasformazioni dello scenario urbano contemporaneo con una particolare attenzione verso i vecchi edifici che si preparano a scomparire per lasciare il posto a nuovi grattacieli. Soprattutto di notte, il paesaggio rivela come la pianificazione urbana assuma una connotazione apocalittica e insieme affascinante; le architetture in demolizione, pregne di una umanità alienata, continuano ad essere abitate da una schiera di fantasmi della contemporaneità.
Paesaggi svestiti narrano di animi vaganti.

Shangri-La is the fictional place described by James Hilton in his 1933 novel Lost Horizon. It was described as being a mystical valley protected from the world by a chain of mountains and as being a real paradise on earth. The closest geographical location which likely inspired Hilton was the Chinese territory of Diqing, renamed Shangri-La by the communist Chinese government who as such altered the name of the old Zhongdian county. Stakle Alnis’ images explore a country in the midst of complete economic activity, examining the transformations of the contemporary urban setting with particular attention being paid to old buildings that are being prepared to disappear to make way for new skyscrapers.

alnis_stakles_mr_06

alnis_stakles_mr_03

alnis_stakles_mr_10

alnis_stakles_mr_08

alnis_stakles_mr_02

Niccolò Rastrelli

Niccolò Rastrelli
Italy

Il pranzo della Domenica, 2014
Bitume 2015, Call for Artists

Text by Gioia Perrone

È un viaggio multidimensionale che esplora i cambiamenti nelle dinamiche e nei rapporti, familiari e sociali, ma anche un loro adattamento contemporaneo. La tavola imbandita è il campo intorno al quale un linguaggio atavico e allo stesso tempo mutevole – come è mutevole il contesto in cui appare – si delinea e si libera oltre le storie, gli status, le combinazioni, le divise, oltre le appartenenze etniche, oltre le tradizioni; il momento della condivisione del pasto domenicale, che l’autore gioca a rappresentare, è esso stesso un luogo di resistenza e tradizione, “il pranzo della domenica celebra un valore che resiste, anche quando sfugge ai suoi stessi, inconsapevoli, portatori: il senso della comunità.”

The images are a multidimensional journey that lightly explore the changes in family and social dynamics and relationships, but also their modern adaptations. The set lunch table is the field around which an ancestral, but at the same time, changing language (changing just as the context within which it appears is) emerges and which is brought to life by stories, statuses and divisions above and beyond their ethnic origins and traditions. It is the moment of sharing the Sunday meal, which the artist asserts is, in itself, a place of strength and tradition. Rastrelli himself explains. “Sunday lunch celebrates a value that endures, even when it escapes its own, unaware participants: the sense of a community.”

Firenze (FI) Domenica, 28/09/14 - Fiume Arno, barca dei renaioli -  panini con prosciutto crudo, mortadella e salame

Milano, Domenica, 15/06/2014_casa privata_ Pasta con sugo di salsiccia, uova sode, salame e formaggio

Milano (MI) Domenica, 20/07/14_Ristorante Etiope (proprietari)_Zighini con Injera

Ugento (LE) Domenica, 10/08/14 - Pineta di Ugento - Malloreddus pasticciati

Puntala (GR) Domenica, 29/06/14 -pineta -riso freddo, insalata di farro, insalata mista, frittata, prosciutto crudo

Nasty Nasty

Nasty Nasty
Italy

The red book of cooking, 2014
Bitume 2015, Call for Artists

Text by Gioia Perrone

Volatili, cucine e coltellacci. Ha un ritmo acido questo The Red Book of Cooking di NastyNasty, è “un modo per raccontare il paesaggio della Romagna e la sua tradizione culinaria strettamente legata alla caccia e agli animali che popolano la Piallassa che circonda la provincia di Ravenna.” Le immagini raccontano di un mondo pratico e senza fronzoli, pregno di abitudini e tradizioni, ambienti tipici, gesti e odori. Il motivo dei volatili, le nature morte, si ripetono quasi ossessivamente, sia come narrazione di una peculiare tradizione culinaria, sia come presenza simbolica e inquietante, sia come traccia iconica dell’auto-rappresentazione della comunità ritratta.

Birds, kitchens and knives. The Red Book of Cooking by NastyNasty has an acidic rhythm to it. A project that is “a way of describing the Romagna landscape and its culinary traditions closely linked to hunting and to the animals that inhabit the Piallassa landscape that surrounds the province of Ravenna”. The images depict a practical, no-nonsense world, full of customs and traditions, typical environments, gestures and smells. The reasoning behind the appearance of the birds, the still lives that are repeated almost obsessively, is to serve as a narrative of a unique culinary tradition and a symbolic and disturbing presence in addition to providing an iconic trace of the self-representation of the community being portrayed.

Nasty Nasty_06

Nasty Nasty_05

Nasty Nasty_09

Nasty Nasty_07

Nasty Nasty_04

Nasty Nasty_03

Martina Maffini

Martina Maffini
Italy

Marmi perduti, 2014–2015
Bitume 2015, Call for Artists

Text by Gioia Perrone

Pietra Paesina, Fior di Pesco, Pavonazzetto, sono alcune delle singolari denominazioni di questa raccolta speciale di “pietre perdute” che la Maffini ha ricercato, catalogato e fotografato, sfiorandone forma, consistenza, venature e sfumature, immergendosi attraverso l’oggetto-amuleto in un viaggio lungo, misterioso e molto antico. Il lavoro di Martina esplora la relazione tra la memoria, la storia e le emozioni legate al passare del tempo.
Queste pietre sono anche dette “marmi antichi” (cioè usati dagli antichi) nonostante non tutte siano marmi. Alcune di esse, utilizzate a fini ornamentali e decorativi, sono in assoluto tra le più rilevanti del mondo antico.

Pietra Paesina, Fior di Pesco and Pavonazzetto are some of the unique names of this special collection of lost stones that Maffini has researched, catalogued and photographed. Touching on shape, texture and nuances and, along the way, immersing herself in the object/amulets’ long, mysterious and very ancient journeys. Martina’s work explores the relationship between memory, history and the emotions connected to the passage of time.These stones are also called ancient marbles (in the sense that they were used by the ancients) even if they aren’t all marble. Some of them, used for ornamental and decorative purposes, are undoubtedly among the most important from the ancient world.

maffini_m_005

maffini_m_007

maffini_m_001

maffini_m_003

maffini_m_010

Fernando Gallegos

Fernando Gallegos
Mexico

Something out there, 2015
Bitume 2015, Call for Artists

Text by Andrea Laudisa

Il progetto che ci presenta il giovane fotografo messicano Fernando Gallegos, “Something out there”, come egli stesso scrive è un racconto visivo e poetico che esplora i temi della solitudine, i sogni, il futuro e l’ignoto, attraverso dettagli e frammenti della città. L’insieme delle immagini ci proietta fin da subito nella narrazione apparentemente disarticolata di una storia in cui gli oggetti, i luoghi e le persone sembrano slegati tra essi. Il progetto è un insieme di schegge immaginifiche che parlano del bisogno umano di fuga dal presente nel quale fantasia e futuro sono usati come riparo, e una condizione emotiva trasversale al mondo, assurge a sogno suburbano generazionale di evasione.

Something out there, the project that the young Mexican photographer Fernando Gallegos is presenting, is as he himself writes, a visual and poetic narrative that explores themes of loneliness, dreams, the future and the unknown through details and fragments of the city. The set of images immediately projects us into the seemingly disjointed narrative of a story in which objects, places and people seem disconnected even amongst themselves. Something out there is a series of imaginative slivers that speak of the human need to escape from the present and in which fantasy and the future are used as refuges, an emotional and universal state that has risen from the generational, suburban dream of escaping.

algoallaafuerab_03

algoallaafuerab_04

algoallaafuerab_09

algoallaafuerab_05

algoallaafuerab_08

Jillian Freyer

Jillian Freyer
USA

For You to Sleep on The Tree Tops, 2013–2014
Bitume 2015, Call for Artists

Text by Andrea Laudisa

Il progetto, che già dal titolo induce a pensare ad una forma poetica immateriale, affonda le sue radici nella percezione olfattiva e tattile dei ricordi, con la stessa sensazione di intangibilità che hanno i sogni nella fase del risveglio. In definitiva non è questo un regime di finzione prodotto dagli scarti del reale, piuttosto un luogo di convergenza dei sensi dove l’apparenza del concreto dà fiato ad una “coscienza immaginativa” sartriana capace di animare una storia. “Tuttavia (mi pare) non è attraverso la Pittura che la Fotografia perviene all’arte, bensì attraverso il Teatro.” (R. Barthes)

The project, which from the title alone evokes an immaterial poetic form, is rooted in olfactory and tactile perceptions of memories leaving the same sensation of the intangible that dreams have during the reawakening phase. Ultimately this is not a fictional regime produced from the discard of what is real, but rather a converging point for the senses where the appearance of the real gives life to a Sartrian ‘immaginative conscience’ that is capable of animating a story. “Yet it is not (it seems to me) by Painting that Photography touches art, but by Theatre.” (R. Barthes)

feelingfogged 001

Sept_OldCntbyTPKE_FREYER 001

Marcus 002

Polack 004

beingquickenough 001

Enrico Di Nardo

Enrico Di Nardo
Italy

Lifting ground shadows, 2015
Bitume 2015, Call for Artists

Text by Alessia Venditti

Il Fucino era un sistema lacustre carsico, il terzo lago d’Italia prima di essere prosciugato circa cent’anni fa. Dalla bonifica è nato un spazio percorribile, fruibile, sul quale deambulare in una condizione antropica creata dall’artificio umano, lontana dalla tipizzazione originaria del luogo stesso.
Tuttavia, qualcosa del mistero che avvolge questo luogo manomesso nella sua natura, sembra aleggiare nell’oscurità delle notti che l’avvolgono. Dettagli di luce fioca ed essenziale e paesaggi di cristallo sono come congelati in un tutt’uno senza tempo. Nelle immagini di Enrico Di Nardo, i volti si restringono, si perdono del buio; l’espediente della luce incarna pienamente l’intenzione di modificare la natura nella sua struttura, con la sua flora e la sua fauna, anche umana. L’uomo tenta di addomesticare il paesaggio, ma questo restituisce pulsioni altre, quasi aliene, certamente misteriose.
Il tentativo, vincente, è di dar forma all’assenza attraverso l’uso sapiente e raffinato della luce che si fonde con l’oscurità, scrigno di impercettibili attese.

The Fucino was a karst lake system and the third largest lake in Italy before it dried up around a hundred years ago. Through the clean-up of the site a viable, useable space was born which offered the opportunity to walk around a manmade space created by human artifice. That said, something mysterious surrounds the place that seems cursed by nature, details from the dim, essential light and the crystal landscapes seem as if frozen into something timeless. In Enrico Di Nardo’s images, the faces become narrower, becoming lost in the dark. The sleight of hand on the part of the light fully embodies the intent to modify the structure of nature with its flora, fauna and even humans.

enrico-di-nardo-08

enrico-di-nardo-07

enrico-di-nardo-01

enrico-di-nardo-06

enrico-di-nardo-09

enrico-di-nardo-10

Ekaterina Anokhina

Ekaterina Anokhina
Russia

Inner Mongolia, 2013
Bitume 2015, Call for Artists

Text by Alessia Venditti

“And where is it, this place?”
“That’s the point, it is nowhere.”
Il progetto si configura come il tentativo di edificare un paesaggio interiore, un luogo fisico inesistente ma visivamente imponente che riferisca della Mongolia più intima, interna e interiore insieme, che l’artista rilegge come spazio abbandonato, riposto di ognuno di noi. Le immagini sono cupe e vivide, sono oscure e nostalgiche, composte e penetranti. Narrano di luoghi geograficamente inavvertibili e al contempo esistenti in chiunque sia in grado di percepire il concetto di vuoto. E come si fa a percepire il vuoto? Guardando in se stessi, assorbendo materia visiva. Le fotografie di Ekaterina Anokhina sviluppano i temi dello spazio, della presenza e dell’assenza insieme, secondo una impercettibile linea guida: il silenzio. Se vi sono immagini che parlano attraverso i suoni, altre appaiono come sospese, congelate, generate per favorire uno spirito analitico e riflessivo su questo ipotetico vuoto che, paradossalmente, riempie.

“And where is it, this place?”
“That’s the point, it is nowhere.”
This project is based on an attempt at building an inner landscape; a visually impressive but physically non- existent place that relates to the more intimate and internal Mongolia that the artist interprets as being an abandoned space that has been placed within each and every one of us. The images speak of geographically imperceptible places that, at the same time, exist in anyone that is capable of perceiving the concept of emptiness. And how does one perceive such a void? By looking into themselves and absorbing visual material. Ekaterina Anokhina’s photographs develop the themes of space, and those of both presence and absence, in accordance with one imperceptible guideline: that of silence.

inner-mongolia-3

inner-mongolia-4

inner-mongolia-17

inner-mongolia-5

inner-mongolia-15