Collettivo Domino

Collettivo Domino
Italy

Gone to the dogs, 2013
Bitume 2015, Indoor

Text by Collettivo Domino

Il Collettivo nasce nell’estate 2013. Unisce le visioni di sette fotografi differenti per formazione e provenienza. Come i pezzi del domino, lavorano insieme per dare punti di vista diversi ad un’unica storia. È composto da: Valeria Accili, Chiara Bandino, Francesco Biasi, Francesca Falsetti, Pierangelo Laterza, Martina Sampaolo, Jonathan Santoro.

The Collective was formed in the summer of 2013, bringing together the visions of seven photographers with distinct training and backgrounds. Like domino pieces, they work together to provide differing points of view to the one story.
Collettivo Domino is made up of: Valeria Accili, Chiara Bandino, Francesco Biasi, Francesca Falsetti, Pierangelo Laterza, Martina Sampaolo, Jonathan Santoro.

“Mi feci il segno della croce e dissi: qui ci portano in pasto ai cani. Tutti quanti in pasto ai cani!”
Durante il regime fascista centinaia di persone in tutta Italia, quasi esclusivamente uomini, vennero arrestate, schedate e mandate al confino perché omosessuali. Di questi interventi repressivi abbiamo preso in considerazione gli arresti del 1939 nella città di Catania, culminati nella più ampia operazione di confino sull’Isola di San Domino delle Tremiti. Qui gli arrusi, come erano chiamati in dialetto, rimasero per più di un anno. La vita quotidiana era sottoposta a regole, censure, divieti, sempre sotto il controllo delle forze dell’ordine. Gli arrestati erano quasi tutti analfabeti e per lo più sarti, operai, contadini, qualche impiegato. In colonia vivranno tutti nei cameroni comuni.
“Se non ci si arriva da turisti,
San Domino può mettere paura”.
Le Tremiti hanno una lunga vocazione carceraria: già Federico I di Borbone utilizzò l’abbazia sull’isola di San Nicola per deportarci i malviventi. Le Isole sono eredi di un particolare senso di solitudine e desolazione: a San Domino c’erano solo i pini, gli scogli, il muro, il mare. In fondo all’isola si arrivava a un faro, dove a volte si potevano avere fugaci incontri sessuali con i marinai di guardia. Lì si era davvero fuori dal mondo.
Questo isolamento aveva una duplice valenza per i confinati: da una parte l’esclusione e la prigionia, ma dall’altra una certa libertà. A casa bisognava stare sempre attenti a non essere scoperti, mentre qui “potevi fare quello che volevi, tanto ormai eri in prigione”. Il confino degli omosessuali in epoca fascista fu un’opera di segregazione e repressione svolta nel massimo silenzio. A questo silenzio contribuirono le stesse vittime e gli abitanti che vi avevano assistito. Oggi non ci sono più arrusi in vita e gli anziani di S. Domino, che al tempo erano bambini, sembrano non ricordarsi molto bene di questa storia. Unico segno del loro passaggio una piccola targa commemorativa, voluta da Vladimir Luxuria, quasi nascosta su una parete del municipio.
Il contrasto tra la bellezza dei luoghi e la situazione di confinati è stato il filo conduttore del nostro progetto, che nei documenti ritrovati nell’Archivio di Stato trova poi un aggancio imprescindibile con la realtà storica e ci guida a quello che è l’obiettivo di questo lavoro: riportare alla memoria, o più spesso far conoscere, questa storia italiana. Dopo aver letto tanto su di loro, le fotografie ci rivelano finalmente i volti dei nostri arrusi: appena fatti prigionieri, ignari di cosa stia per succedergli, guardano fisso in macchina. Incontriamo i loro sguardi carichi di incredulità, vergogna e paura davanti ai quali non si può rimanere indifferenti.

Tremiti Islands, 1939
“I made the sign of the cross and said: here is where they’ll feed us to the dogs. Everybody thrown to the dogs.”
During the fascist regime, hundreds of people across Italy, almost exclusively men, were arrested, registered and sent away to the borders due to their homosexuality. Of these repressive measures we took into account the arrests of 1939 in the city of Catania, which culminated in the biggest operation of confinement which occurred on the Tremiti island of San Domino. It was there that the arrusi, as they were called in dialect, remained for more than a year. Daily life there was subject to rules, censorship, and bans always under the watchful eye of law enforcement. Those arrested were almost all illiterate or mostly tailors, workers, farmers and some employees. In the colony they all lived in communal dormitories.
“If you don’t come here as a tourist,
San Domino can be scary.”
The Tremiti islands have long functioned as prisons: Frederick I of the Bourbon was already using the abbey on the island of San Nicola to deport criminals to. The islands are marked by a particular sense of solitude and desolation: on San Domino there were only pines, the rocks, the wall and the sea. At the southern extreme of the island was a lighthouse which marked the spot where fleeting sexual encounters with sailors on watch could be had. It was really another world.
This isolation had a dual significance for the confined: on the one part it meant exclusion and imprisonment, but on the other, a certain freedom. At home it was vital to always be careful not to be discovered, whereas on the island “you could do what you wanted seeing as you were already in prison.”
The confinement of homosexuals during the fascist era was an operation in segregation and repression which took place in complete silence. Contributing to this silence were the victims themselves and the island inhabitants.
Nowadays there are no more living arrusi, and S. Domino’s elderly, who at the time of events were still children, don’t seem to remember this part of the history. The only sign of their passage is a small commemorative plaque, commissioned by Vladimir Luxuria, which is almost hidden on one of the town hall walls.
The contrast between the beauty of the places and the situation of the confined was the main theme of our project, which was made unescapably apparent in documents found in the Archive of the State, describing the historical reality which has guided us towards the objectives of this work: to remember, or make more widely known, this part of Italian history.
After reading so much about them, the photographs finally reveal our arrusi’s faces: just after having been made prisoners, unware of what was happening and with fixed gazes into the camera. We encounter their looks of disbelief, shame and the fear in having to face something they can’t remain indifferent to.

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Francesca Bellino
Italy

Chameleons, 2014
Bitume 2015, Indoor

Nata a Bologna, ma vissuta a Cortina d’Ampezzo fino all’età di 18 anni. Dopo aver abbandonato la carriera universitaria, studia arredamento d’interni e successivamente si dedica alla fotografia. Nell’estate del 2014 vive un’esperienza didattica a New York, dove impara un nuovo mondo grazie all’insegnamento di Landon Nordeman. In Italia espone in diversi festival di fotografia con il progetto Chameleons curato da Roberta Fuorvia per NYPS. Vive e lavora a Bologna.

Born in Bologna, but lived in Cortina d’Ampezzo until she was 18 years old. After leaving College, Francesca studied interior design and later photography. During a didactic experience with renewed Landon Nordeman in New York city, summer 2014, she developed a completely new approach to the photographic medium. Back in Italy she exhibited in many different photographic festival with the project Chameleons curated by Roberta Fuorvia for NYPS. Francesca currently lives and works in Bologna.

“Parla di colori, persone e città. In una metropoli in continuo movimento dove un numero infinito di razze convive tra le innumerevoli sfumature di tinte dei palazzi, l’uomo riesce perfettamente a mimetizzarsi come fosse un camaleonte in perfetta sintonia con ciò che lo circonda. La complessità del tutto rende questa città una scatola perfetta”.

“Tells about the colors, people and cities. In a metropolis in constantly moving with an infinite number of races that live among innumerable colors of the buildings, the man manages to perfectly blend in like a chameleon in perfect harmony with its surroundings. The complexity of it all, makes this city a perfect box”.

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Francesca Fiorella
Italy

How to survive in New York City, 2014
Bitume 2015, Indoor

Francesca M. Fiorella è nata a Lecce nel 1987. È laureata in Scienze Politiche. Frequenta diversi workshop tra cui FIM – fotografia, identità e memoria, progetto per la riqualificazione del quartiere periferico Leuca con Simona Ghizzoni, un workshop sul reportage di guerra con Pierpaolo Cito e un workshop di reportage con Riccardo Venturi. Inizia così un percorso con la fotografia come mezzo privilegiato per narrare storie, ponendosi con un approccio documentaristico e sviluppando un particolare interesse sul tema delle comunità.

Francesca M. Fiorella was born in Lecce in 1987. She graduated in Political Science. She attends several courses, such as FIM – fotografia, identità e memoria (photography, identity and memory), a project for the redevelopment of the Leuca suburb with Simona Ghizzoni, a workshop on war reporting with Pierpaolo Cito and a reporting workshop with Riccardo Venturi. That is the beginning of a course with photography as a privileged medium for storytelling, with a documentary approach, developing a particular interest on the theme of community.

Quaderno fotografico di appunti di viaggio, che racchiude una ricerca di stimoli costellati da milioni di voci e storie che si sovrappongono. Comunità e solitudine, paura e stupore, cultura e multietnicità, voglia di fermarmi e ricominciare da qui: un deja vu lungo due settimane. La frenesia di scattare l’istante e il tentativo di cogliere le iconografie tipiche del paesaggio newyorkese per una corsa al raggiungimento del sogno americano.

Photographic travel notes involving a research inspired by millions of overlapping voices and stories. Community and loneliness, fear and amazement, culture and multi-ethnicity, desire to stop and start again from there: a two-week long déjà-vu. The excitement to shoot the instant and the attempt to seize the typical iconography of the New York landscape of the race to achieve the American dream.

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Aminta Pierri

Aminta Pierri
Italy

L’unghia del leone, 2013
Bitume 2015, Indoor

Text by Lina Pallotta

Aminta Pierri (1983) è laureata in Scienze della Comunicazione con una tesi in fotografia e filosofia dell’immaginazione, diplomata nel 2013 alla Scuola Romana di Fotografia e nel 2014 alla Luz Agenzy di Milano. Si dedica in particolare alla ricerca introspettiva ed emozionale. Il dummy de L’Unghia del leone è stato esposto al Photobook La Pelanda al Macro Testaccio nel 2012, e pubblicato da Witty Kiwi Books nel 2014.

Aminta Pierri (Taranto, 1983) graduated in Communication Science with a thesis in Photography and Philosophy of Imagination. She obtained a diploma in 2013 at Scuola Romana di Fotografia and in 2014 at Luz Agency, Milan. She is particularly devoted to emotional and introspective research. L’unghia del leone was presented as a dummy in La Pelanda Photobook at Macro Testaccio (Rome) in 2012, and then published by Witty Kiwi Books in 2014.

Non si tratta di una testimonianza legata a eventi particolari o una indagine nostalgica del passato con l’intento di liberarsi di emozioni contraddittorie. È più un meditare sulle confuse percezioni che lasciano tracce sul sentiero della nostra vita. Queste immagini sono intenzionalmente difficili da incasellare. Scene indistinte ci compaiono dinanzi, come originate da una scia di ricordi, da racconti famigliari che si intrecciano con le riflessioni del fotografo.
È una esplorazione di sogni e paure.
Il libro mette insieme luogo e ricordo, sconnessi dal passaggio del tempo; non parla di passato, futuro o presente, eppure è un intreccio tra storia ed identità. I pensieri che non trovano le parole cercano un dialogo con invisibili presenze della memoria e con l’intuizione e le possibilità del momento. Ma l’intuizione non è bloccata in se stessa: essa guarda e si collega a segni e simboli del mondo esterno dove lo sguardo esitante viene sedotto e catturato. I ricordi vengono richiamati alla mente e i collegamenti tra luogo, identità e storia non cercano di rispondere a domande, ma ascoltano le voci silenti alla ricerca di una guida e di pace. Poiché le forme non sono dissociate dal significato originale, siamo trasportati all’interno del momento così che possiamo vivere la ricchezza delle immagini, alcune di esse anche estremamente personali, e la cascata di emozioni risuona come un autentico viaggio.

It is not so much a document of particular events or a nostalgic inquiring into the past to get rid of contradictory feelings, it’s a meditation on the foggy perceptions of ourselves that are leaving traces on the path of our life. These images are intentionally difficult to categorize, indistinct scenes that appear before us, coming from a trail of memories and tales of the family, and the photographer’s own wondering. It is an exploration into the dreams and fears. The book connects place and memory, disconnected from the passage of time, it isn’t about the past or the future, or about the present, but still it is a closely woven tale of history and identity. The thoughts that fail to find words, seek out a dialogue with the invisible presences coming from the memory and the intuition and possibilities of the now. But the intuition is not locked in itself, it is looking and connecting with signs and symbols of the outside world where the hesitant gaze is seduced and captured. Memories are retrieved and the links between place, identity and history seeks not to answer questions, but rather to listen to the soundless voices for guidance and rest. Because the shapes are not dissociated from the original meaning, we are led into the moment so we can experience the richness of the images, some of it even intensely personal, and the cascade of emotions resonated like a real journey.

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Mika Sperling

Mika Sperling
Germany

Nata a Norilsk in Russia ed emigrata in Germania a sette mesi di età. Sviluppa l’interesse per la grafica editoriale e per la fotografia documentaria. Nel 2015 partecipa a un workshop di Alessandra Sanguinetti all’International Summer School in Lettonia ed è nominata per la Joop Swart masterclass. Lavora come freelance e per il Fotografie Forum di Francoforte.

Born in Norilsk, Russia I emigrated to Germany by the age of seven months. Over the years I have developed an interest in graphic and bookdesign and found my passion in the ­documentary photography. In 2015 she attended a workshop by Alessandra Sanguinetti at the International Summer School in Latvia and nominated for the Joop Swart Masterclass. Currently she works as a freelance photographer and at The Fotografie Forum Frankfurt.

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Tuglie

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