Massimo Barberio

Massimo Barberio
Bari (IT), 1983

After laughter comes tears
Taksim unrest, 2013
Bitume 2014, Fab30
testo / text: Valentina Trisolino

Dopo più di un anno dalla loro esecuzione è significato osservare questi scatti fotografici. L’autore, Massimo Barberio, non avrebbe immaginato come sarebbe andata a finire e con che occhi sarebbero state osservate le sue immagini. La documentazione della rivolta di Gezi Park a Instabul, avvenuta nel giugno del 2013, assume oggi un carattere più riflessivo e fa meditare sui sogni infranti dei giovani ragazzi di piazza Taskim. Nata come una piccola rivolta ecologista per impedire l’abbattimento degli alberi presenti nel parco, Gezi Park si è presto tramutata in un lotta contro lo strapotere del premier turco Erdogan e del suo entourage filo-islamista. Dopo 19 giorni di protesta pacifica la polizia ha fatto irruzione nel parco ponendo fine alla rivolta, con conseguenze tragiche (9 morti e più di 8000 feriti). Da allora il governo ha continuato nella sua guerra contro i dissidenti, arrestando e perseguitando, fino ad arrivare ad oscurare Twitter e YouTube. La vittoria delle presidenziali di agosto da parte di Erdogan pare aver chiuso questo capitolo di violenze ma non può esserci certezza in questo e la volontà di Barberio di ritornare in Turchia per continuare a raccontare cosa succede nel paese ne è la prova.

It is important to look at these pictures now, after Massimo Barberio took them more than a year ago. He could not have imagined how it would end. His photographic reportage on the Turkish Gezi Park Revolution, occurred in June 2013 in Istanbul, makes us meditate on the broken dreams of Taksim Square. It all began as a small environmentalist revolt to prevent the felling of trees in the park, but it quickly turned into a fight against the Turkish Prime Minister Erdogan and his pro-Islamist entourage. After 19 days of peaceful protest, the police burst into the park ending the revolt. Consequences were tragic (9 dead and over 8000 injured). Since then, the government has continued its war against dissidents, arresting and persecuting people. It also obscured Twitter and YouTube on the Internet. Erdogan’s recent victory in the presidential elections seems to have put an end to this violence. But there is no certainty about it and Barberio’s will to go back to Turkey and report what happens there proves it.

Anastasia Bogomolova

Anastasia Bogomolova
Kustanai (KZ), 1985

Recall, 2012-2013
Bitume 2014, Fab30
testo / text: Gioia Perrone

Classe 85, la fotografa russa Bogomolova incentra il suo interesse attorno alla tematica della memoria. Il tema, sviluppato da diverso tempo tra le nuove leve della fotografia contemporanea, in lei come succede per rari autori, riesce a trovare una dimensione intensa, originale e che sembra parlare a tutti, nonostante il legame di partenza con le sue personali foto di famiglia. Il rettangolo fotografico viene ri-fotografato e manipolato con l’utilizzo di più materiali, le fotografie d’archivio sono interrate, impolverate,intrappolate da lastre di vetro frantumate, piccoli ritratti realizzati in casa mostrano familiari che a loro volta mostrano le proprie vecchie fotografie che li ritraggono, in un tempo perduto, lontano, ma “salvato”, come solo la fotografia riesce a salvare. Ciò che in Bogomolova, come in altri autori contemporanei si può notare è il “flirt” con l’oggetto fotografico datato (spesso appartenente alla propria storia), come punto di riflessione sul “sentirsi nel Tempo” dell’autore, far parte di una storia che è personale e globale insieme, e probabilmente una necessità di avere un riferimento materico nell’oggetto fotografico per tale riflessione, lì dove i processi contemporanei legati alla memoria e all’incameramento di memoria attraverso le immagini sta mutando prodigiosamente e verso lande ancora tutte da studiare.

The Russian photographer Bogomolova, is particularly interested in the theme of memory. Contemporary budding photographers have often developed this theme, but she manages to find an original, intense dimension for it. She seems to communicate to everybody, despite the connection with her personal family pictures. The rectangular-shaped picture is re-photographed and manipulated, using other materials. Old pictures are buried, covered in dust, trapped in glass sheets. Little home-made portraits show her family members who in turn show pictures of their old selves, lost in time but saved by the only thing that could have saved them. Photography. In Bogomolova’s art, a sort of flirt with dated pictures, often linked to her personal story, can be noticed. It is as if the author enjoys perceiving herself in time, being part of a personal and collective story at the same time. It may be the need to have a concrete object to think over, as the contemporary ways of expressing memory through images seem to develop endlessly.

Vika Hashimoto

Vika Hashimoto
Vilnius (LT)

Seeing double, 2014
Bitume 2014, Fab30
testo / text: Andrea Laudisa

La serendipità è la capacità di trasformare un errore in una scoperta illuminante, un concetto su cui la storia della fotografia potrebbe raccontarci storie infinite. Vika Hashimoto nel suo Seeing Double ci racconta come la casualità, il possibile sbaglio, possano anche questa volta diventare un racconto di straordinario fascino. Scattando involontariamente su un rullino già utilizzato da suo marito Kohei in un viaggio precedente, l’artista ha inconsapevolmente creato delle immagini sovrapposte, immagini dalle prospettive disorientanti, immagini che diventano pezzi di ricordi misti a strade, gatti, angoli urbani e volti di sconosciuti, un vortice illusorio e confuso. Un racconto che parla attraverso l’espressione sovrapposta di due individualità, una stratificazione accidentale dei sentimenti che restituisce all’errore la sua bellezza ancestrale.

Serendipity is turning a mistake into an illuminating discovery. The history of photography could tell us endless stories about this concept. In her work Seeing Double, Vika Hashimoto shows us how randomness and potential mistakes can be a marvellous story to tell. By inadvertently taking pictures with a roll that had already been used by her husband Kohei in a previous trip, the artist unknowingly created overlapping images. Images with puzzling perspectives. Images that become pieces of memories that blend with streets, cats, urban corners and unknown faces. An illusory and blurred vortex. This is a story that expresses two different, overlapping points of view. An accidental, mistaken stratification of feelings that results in an ancestral beauty.

Marie-Pierre Cravedi

Marie-Pierre Cravedi
Eclépens, Vaud (CH)

La Réunion, 2013
Bitume 2014, Fab30
testo / text: Valentina Isceri

La trasmissione della memoria unita a un forte senso di appartenenza degli oggetti è al centro della riflessione di La Réunion. In un mondo accelerato dove tutto cambia rapidamente, la casa e la famiglia restano delle costanti. L’interesse principale di questo lavoro è quello di affrontare il luogo dei singoli all’interno del gruppo familiare. Come può ognuno mantenere la propria identità? Come possono le relazioni lavorare in gruppo? In un ambiente complesso come la famiglia, come può la fotocamera trovare il suo posto senza cambiare l’atteggiamento dei protagonisti? L’esegesi è lineare ma connotata da quella sofferenza e determinazione tipica di una certa letteratura ispanoamericana, quasi serraniana.

La Réunion focuses on the transmission of memory linked to a strong sense of belonging. In a fast world where everything changes rapidly, the concepts of home and family still stand. Cravedi’s aim is to investigate the role of the individual within their family group. How can anybody keep their identity? How can relationships work in a group? How can the camera not influence the behaviour of the people in a complex environment known as family? The photographer’s interpretation is linear but it is also characterized by a sense of pain and determination, which are quite common in the Hispanic-American literature.

Joseph La Mela

Joseph La Mela
Thionville (FR), 1979

Opus Minoris, 2014
Bitume 2014, Fab30
testo / text: Valentina Trisolino

Opus Minoris può considerarsi un’indagine fotografica sulla scoperta del mondo. Ritratti enigmatici, piccoli oggetti, dettagli all’apparenza banali concorrono insieme a creare un racconto affascinante e misterioso. La Mela guarda con occhi disincantati e sempre nuovi tuttò ciò che lo circonda, e attraverso le esperienze e le storie che intreccia con i luoghi stessi dialoga fotograficamente con loro. L’arte fotografica di Jo La Mela è un dare e ricevere empatico che trova nell’utilizzo del bianco e nero dai toni morbidi e delicati una perfetta espressione. L’autore ci insegna che la grazia e l’armonia risiedono sia nell’osservazione dei grandi spazi che delle piccole cose, e che i dettagli, gli elementi transitori o marginali aiutano a comprendere la vera essenza dell’imperscrutabile bellezza. Come egli stesso ama definirsi, è un artista nomade che viaggia nei labirinti della memoria e del desiderio e che nella sua naturale sensibilità ha saputo utilizzare con grande capacità l’ambiguità intrinseca al mezzo fotografico, aumentandola esponenzialmente.

Opus Minoris can be considered a photographic investigation about the discovery of the world. Enigmatic portraits, little objects, apparently insignificant details create a mysterious and fascinating story. La Mela always looks at things surrounding him with brand new eyes. His photography is a give and take, empathic form of art, which perfectly expresses itself through the delicate use of black and white. The author points out that grace and harmony can be found in both wide spaces and little things and that details allow us to recognize the true essence of beauty. As he likes to define himself, he is a nomadic artist, travelling through the labyrinths of memory and desire. He is a very sensitive artist, who has been able to take advantage of the intrinsic ambiguity of the camera.

Veronica Maccari

Veronica Maccari
Macerata (IT), 1988

Flussi, 2013
Bitume 2014, Fab30
testo / text: Valentina Isceri

La distrazione e l’incontro, l’intensificazione della vita nervosa della metropoli, la solitudine parossistica e l’atteggiamento del blasè sono quelle tematiche primonovecentesche spinte da tanta sociologia simmeliana che qui vengono convocate e stigmatizzate in un progetto seriale di alto valore sociale. Ogni sequenza è composta da 48 fotografie scattate a 25 secondi di distanza dove gli spazi analizzati sono quelli del centro storico di Ancona e delle zone ad alta frequentazione. Attraverso la creazione delle griglie fotografiche è possibile confrontare i flussi di persone paragonando quantità, temporalità, costanza ed omogeneità.

Distraction and meeting. Hectic city life. Solitude and disenchantment. The sociologist Simmel focused on these themes in the early 1900 and they are now stigmatized into a serial project that carries a high social meaning. Every sequence consists in 48 photos taken every 25 seconds. The historic centre of Ancona and densely populated areas constitute the photographic space taken into account. Photographic grids allow you to observe the flows of people, comparing quantity, temporality, consistency and homogeneity.

Daniele Brescia

Daniele Brescia
Monopoli, Bari (IT), 1983

Appuntamento al buio, 2010
Bitume 2014, Fab30
testo / text: Valentina Isceri

Nella notte insonne del viaggiatore la città si cela in ombre e vicoli privi dei comuni punti di riferimento, labirinto interiore che si confronta con la riflessione, la domanda, nel vis-à-vis con l’elemento urbano. Il vagare notturno narrato lascia un segno, crea un percorso, crea spazi altri e li porge al nostro sguardo. Lo spazio urbano non ci appartiene, è spazio delegato. Lo sguardo risolutivo e reportagistico ma ciò non di meno liquido scivola così sulla vista diaframmatica di Daniele Brescia che ha voulto imprimere la sua pellicola dei colori indistinti e metallici di un’urbe sconosciuta e lunare. L’eredità del metodo Hofhlehner e della fotografia americana a bordo delle magiche Greyhound Lines è qui tutta dispiegata.

When a sleepless traveller meanders at night, he can see the city hiding in shadows and alleys, captured in an interior dialogue with the urban element. The act of wandering at night, captured by the photographer, creates a path, creates space and it is all ours to look. The urban space does not belong to us, it is a gift. Daniele Brescia wants to imprint metallic blurred colours on his film, depicting an unknown, silvery city through a strong, and yet liquid, perspective. Joseph Hoflehner’s legacy, with his magical photography of the Greyhound Lines, is all unfolded here.

Orlando Lacarbonara

Orlando Lacarbonara
Martina Franca, Taranto (IT), 1989

Territori del cinema, 2011-2013
Bitume 2014, Fab30
testo / text: Valentina Trisolino

Nell’era di internet, del multivision, dello streaming e dei multisala da blockbuster, cosa resta dei cinema con una sola sala di proiezione? Quelli con le panche in legno, dove il biglietto era composto da un piccolo foglio di carta giallina? Spesso, anzi, molto spesso, non rimane più nulla. Interi edifici abbandonati ad un destino fatto di macerie o, per quelli più fortunati, di un riciclo ‘alla buona’, cambiando magari la destinazione d’uso. Tutto ciò cerca di documentare ed indagare Orlando Lacarbonara sul territorio pugliese. Il suo obiettivo, come è lo stesso a far presente, è quello di “costruire un bagaglio di informazioni utili per la conoscenza dello stato attuale e per la programmazione dello scenario futuro”. La fotografia, dunque, come mezzo di studio più che di semplice racconto. Il lavoro di Lacarbonara non è una narrazione romantica per immagini, riflette un metodo di lavoro ben preciso e organizzato che prevede un programma ‘a monte’ dell’atto dello scatto vero e proprio, e che riflette un filone della fotografia contemporanea che possiamo individuare dai coniugi Becher in poi. Il racconto si, c’è, ma ha le sfumature del lavoro scientifico, dove l’antropologia, la storia e gli elementi culturali ed economici del luogo hanno un ruolo indispensabile. L’importanza di tale lavoro è testimoniato anche dall’interesse dell’Assessorato al Mediterraneo, Cultura e Turismo della Regione Puglia, dall’A.A.M. Architettura Arte Moderna e dal Politecnico di Bari che ne hanno promosso lo sviluppo, e dalla pubblicazione del volume Territori del Cinema: Stanze, Luoghi, Paesaggi (Cangemi, Roma, 2013).

“Cinemas are part of the cultural heritage of a territory. Being aware of its value is paramount to increase the development process. Starting from this premises, a survey was carried out in order to analyze the status of Apulian cinemas today and make plans for the future. Sponsored by a Department of the Apulian regional authority, in collaboration with the Architecture Modern Art Galley (A.A.M) and the Politecnico university of Bari, the research describes cinema in urban, architectural and social terms; at the same time it explores its role in history, culture and economy”.

Anne-Sophie Stolz

Anne-Sophie Stolz
Karlsruhe (DE), 1984

Beige, 2011
Bitume 2014, Fab30
testo / text: Valentina Isceri

Beige è un bellissimo libro sulla street photography e l’ambiente suburbano. In questo distillato di quattro foto s’introduce la concenzione di un ambiente fortemente costruito e condizionato dall’uomo determinando una stetta correlazione tra geografia, stratificazione e storia.La fotografia della Stolz ci mostra la fisionomia di un paesaggio che si mostra attraverso la costante azione e interazione tra natura e umanità. La tensione del paesaggio con la sua complessa sedimentazione si rende evidente ai nostri occhi in uno spaccato di periferia, tra bellezza e ordinarietà, mitigata da una temperatura acquarello.

Beige is a beautiful book about street photography and the suburban environment. These four pictures express the idea of a ‘man-conditioned’ environment, where geography, stratification and history intertwine. Stolz’s photography shows us the features of landscape, which has been shaped by the constant interaction between nature and humankind. We can see a section of a suburban scenario, swinging from beauty and ordinariness, mitigated by a watercolour tone.

Emma Grosbois

Emma Grosbois
Rennes (FR), 1985

Santa Elemosina, 2013
Bitume 2014, Fab30
testo / text: Gioia Perrone

Emma Grosbois (1985) lavora sull’immagine intesa come luogo di aggregazione dove confluiscono significati, storie e memorie usando anche a volte mezzi audio e video. In in questo progetto Grosbois si lascia sorprendere e suggestionare da un mendicante che faceva l’elemosina nel suo quartiere e che portava sempre al collo un’icona sacra. Ha comiciato così a camminare concentrando la sua attenzione proprio su queste presenze spesso “invisibili” agli occhi e ai passi frettolosi dei passanti. Lungi però dall’approcciarsi con retorica buonista a questo tipo di soggetto così frequente nella storia della fotografia, l’autrice opera con ironia e originalità sul concetto stesso di immagine, ritratto e icona, decontestualizzando i soggetti ritratti per strada mentre mostrano davanti al suo obiettivo il proprio “santino”, e immergendoli in uno sfondo posticcio e pop. L’icona mostrata in segno di devozione diventa segno e aspetto integrante del ritratto, parte della storia di chi è stato fotografato, allo stesso tempo l’immagine creata dall Groisbois si trasforma essa stessa in una sorta di icona, di santino contemporaneo, in un curioso e inevitabile rimando tra finestre-visioni di un vissuto urbano.

Emma Grosbois’s work is built around the idea that a picture has the power to aggregate meaning, memories and stories. To do so she uses audio-visual aids from time to time. For this project, she took inspiration from a beggar who asked for handouts in her neighbourhood always carrying a sacred icon hung around his neck. She then started looking for these figures who are ‘invisible’ to hasty passersby. Far from being rhetorical when dealing with this kind of subjects, she worked on the concepts of image, portrait and icon with irony and originality. She takes her subjects out of their context and she collocates them in a pop background. The icon, shown as a sign of devotion, becomes an integral aspect of both the portrait and the story of the subjects. At the same time, the picture created by the photographer becomes an icon itself, a contemporary sacred icon within a curious urban scene.