Ren Hang

Ren Hang
Changchun (CHI), 1986

2012–2013
Bitume 2014, Grand Tour
testo / text: Andrea Laudisa

È indubbio che l’universo fotografico di Ren Hang sia connotato da un forte senso edonistico della vita, la semplicità e la crudezza tecnica con le quali affronta i suoi soggetti sono al tempo stesso la forza e la caratteristica del suo stile, uno stile che nonostante la sua giovane età, è già ben chiaro e riconoscibile. Di fatto le sue fotografie non necessitano un’analisi semantica approfondita, non celano significati o rimandi colti, ma nonostante ciò, dietro l’apparente maschera della semplicità si cela un mondo assai più complesso, che convoglia all’ineluttabile scontro tra il volto disinibito delle nuove generazioni cinesi e la compassata tradizione conservatrice di un paese ricco di contraddizioni estreme. Questa fatale dualità che porta in sé il seme del cambiamento ha generato nel corso di questi anni, inesorabili conseguenze che hanno portato alla censura e alla condanna dell’opera di Hang. La portata sovversiva della sua arte che si tramuta in presunta pericolosità sociale fa di questo artista e delle sue mise en scène ironiche ed erotiche, un simbolo culturale moderno, un faro per quel tipo di arte che parla attraverso il linguaggio della dissidenza. La sottile linea che separa la validità artistica dalla mera reificazione, la si supera quando ci si immerge nella lettura più attenta dell’intero modus operandi di Hang. Un dato abbastanza curioso nelle fotografie di Ren Hang è che per quanto i corpi nudi e le situazioni create richiamino un senso di emancipazione dagli schemi, mai nessun soggetto sorride, come se nel gesto di quelle pose spesso astratte e prive di senso i soggetti svelassero le loro paure più profonde. Proprio qui si snoda il senso dell’arte di Hang, nel gioco dei rapporti che il fotografo instaura nella bolla prossemica dei suoi set fotografici, che rimbalzando da un claustrofobico muro bianco all’ampiezza vertiginosa degli skyline urbani pechinesi, svelano l’anima di un’inevitabile rivoluzione generazionale.

Ren Hang’s photographic universe is undoubtedly characterized by a strong, hedonistic sense of life. The simplicity and the technical rawness that he deploys on his subjects are both the power and the most distinctive feature of his style. A well-defined, clear style, despite his young age. Actually, his pictures do not contain hidden meanings. Nevertheless, behind this manifest simple mask, there is a complex world that leads to an inevitable clash. A clash between the new generations’ lack of inhibition and the self-controlled, conservative tradition of a country full of deep contradictions. This duality brings some winds of change with it, which had Hang’s work censored and condemned. His subversive art makes him a presumed enemy for the Chinese society. His ironic and erotic mise en scène is a modern cultural symbol, a lodestar for a dissident form of art like this. The thin line that separates artistic value from mere reification can be overcome when reading Hang’s modus operandi more attentively. What is curious about his pictures is that as much as the naked bodies convey a sense of emancipation, the subjects never smile. It seems that those meaningless, abstract poses unveil their deepest fears. This is the essence of Hang’s art, where the artist’s attention swings between a claustrophobic white wall and the impressive skylines of Beijing, revealing an inevitable spirit of generational revolution.

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